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NUVOLE DI CALCESTRUZZO: LA CHIESA DI BAGSVÆRD ACOPENHAGEN (J. UTZON 1973-76)
Stefania Mornati

1 Introduzione
Dopo la demolizione, nel 1536, dell’originaria chiesa di Bagsværd al fine di utilizzarne i mattoni per il restauro di un vecchio edificio che avrebbe ospitato l’università, passarono quattro secoli perché il piccolo centro a nord di Copenhagen potesse finalmente avere una propria parrocchia, giuridicamente autonoma. Nel 1964 venne acquistata un’area destinata alla costruzione del nuovo centro di culto, ma solo tre anni dopo il pastore Svend Simonsen individuò nell’architetto danese J?rn Utzon (Copenhagen 1918-2008) la persona adatta a cui affidare il progetto. Il religioso infatti era stato colpito da alcuni disegni di una piccola chiesa che Utzon aveva elaborato in occasione del concorso per la progettazione di un nuovo centro urbano alla periferia di Farum (Danimarca) e, nel 1967, lo incaricò dello studio per il nuovo complesso ecclesiastico. Utzon era tornato da poco dall’Australia, dove si era prematuramente conclusa la sua collaborazione con il cantiere dell’Opera House di Sidney; questa occasione, che egli stesso considerò una splendida opportunità per un progettista, gli consentì di riattivare con vigore una fase professionale che, in quel momento, appariva sofferente, ma soprattutto di realizzare quello che venne poi considerato un capolavoro dell’architettura sacra contemporanea in Danimarca.

Alcuni schizzi di studio, la cui importanza è già stata messa in evidenza1 ma che è utile brevemente ripercorrere, mostrano il ricorso a temi progettuali cari a Utzon e una spiccata curiosità per quegli elementi mutevoli della natura che egli troverà il modo di cristallizzare in solidi oggetti costruiti.


2 L’origine del progetto
In due bozzetti colorati dell’architetto danese si manifesta il passaggio diretto e inequivocabile dall’immagine naturalistica e fantastica del primo alla quasi definitiva rappresentazione, nel secondo, dell’interno della chiesa di Bagsværd. Il primo schizzo raffigura un panorama marino secondo le regole della prospettiva centrale: una spiaggia su cui si trovano, in primo piano, alcune figure umane con il mare sullo sfondo. Sulle persone incombe un cielo nuvoloso i cui cumuli sono disposti su piani sequenziali. Il punto di fuga è precisamente indicato sulla spessa linea d’orizzonte. Il disegno successivo, la cui didascalia rinvia alla chiesa di Bagsværd e lo colloca tra il 1968 e il 1972, ripropone una scena analoga, ma ambientata in un interno: la spiaggia è diventata un pavimento segnato dalle fughe delle lastre; gli ambiti laterali - prima indefiniti – sono ora rappresentati da una successione di linee verticali;
le nuvole, dello stesso colore del disegno precedente, si trasformano in una larga copertura di cui si intuisce la forma accentuatamente ondulata; una grande croce è collocata sul punto di fuga, appena più alto della linea di terra.
Questa immagine raffigura quasi fedelmente l’interno dell’aula assembleare del centro parrocchiale di Bagsværd.

Alcuni temi, naturalistici e geometrici, ricorrono nelle architetture di Utzon: tra i primi, le nuvole e la loro peculiarità di assumere forme curve variabili costituiscono un riferimento presente in alcuni degli schizzi preliminari ai suoi progetti. Tra i temi geometrici, che Utzon correla sempre alle modalità costruttive anche negli studi compositivi, un posto di rilievo è occupato dalla figura piana della circonferenza che, sviluppata nello spazio, può diventare una sfera: le diverse possibilità aggregative dei ritagli di quest’ultima o di porzioni derivanti dalle intersezioni di sfere possono essere utilizzate per
determinare ambiti spaziali alternativi alla cupola e, soprattutto, facilmente realizzabili con i moderni metodi di costruzione, come nel caso dell’Opera House. Grazie alla proprietà per la quale tutti i punti della sfera si trovano alla stessa distanza dal suo centro, la costruzione, in particolare se realizzata con elementi prefabbricati anche complessi, può essere affrontata evitando centine ingombranti e affidandosi a più agili e funzionali casseforme2.

Il progetto della chiesa costituisce un ulteriore momento di riflessione aperta a sviluppare gli esiti della personale esperienza di Utzon con i maestri con i quali egli ha avuto modo di confrontarsi: sono quindi rievocati, tra gli altri, la superficie ondulata di Alvar Aalto, i textile blocks di Wright3. Ma è anche espressione di influssi arabi e orientali oltre che di una maturità di progettista capace di approfondire, senza replicare, soggetti architettonici e costruttivi scandagliati in procedenti progetti.

Infine, la sua propensione al prodotto di matrice industriale, che non esclude però il ricorso alle tecniche della tradizione, viene confermata anche in questo progetto, dove il componente prefabbricato è abbinato a importanti porzioni di getto in opera.

3 La Chiesa di Bagsværd: dal semplice al complesso

La ricerca di finanziamenti da parte della committenza ritardò l’iter del progetto che iniziò a prendere corpo alla fine degli anni sessanta. La costruzione fu avviata nel 1973 e nel 1976 la chiesa venne consacrata.

Il nuovo fabbricato si veniva a trovare su un’area lunga e stretta, prospiciente un’arteria principale di Bagsværd. Oltre la chiesa, il programma costruttivo prevedeva la realizzazione degli uffici parrocchiali, di sale per riunioni e attività varie, di servizi e di una piccola cappella.

Utzon, ispirandosi alla planimetria di un monastero buddista4 , si adegua integralmente alla geometria del lotto concependo un corpo lungo e stretto, sviluppato su due piani di cui uno interrato. Il volume è delineato all’esterno dai piani ortogonali di semplici parallelepipedi alti da 4 a 15 metri, coperti da piccole falde inclinate. L’altezza dei diversi corpi varia progressivamente per accompagnare lo slancio imponente della copertura della chiesa, la più alta dell’intero fabbricato. Il complesso, avaro di finestre da apparire quasi chiuso come una roccaforte, si apre invece nell’angolo sudovest, interrompendo la sostanziale continuità della cortina muraria per configurare un sagrato a servizio anche della piccola cappella, che Utzon colloca in posizione isolata.

La planimetria è dunque impostata sulla forma geometrica di un rettangolo, lungo 79,20 metri e largo 22 metri, composto dalla successione di tre quadrati.

L’impianto distributivo e strutturale è basato su una maglia quadrata con lato di 2,20 metri, valore che regola anche la scansione degli alzati. Il sistema connettivo costituisce il tracciato che ordina e governa la posizione dell’ossatura portante e dei diversi ambienti: corridoi larghi 2,20 metri che si sviluppano sul perimetro e tagliano trasversalmente i volumi separando i tre quadrati. I percorsi sono coperti da corte falde trasparenti che lasciano entrare liberamente la luce zenitale.

Il primo quadrato è impegnato dall’aula assembleare con la retrostante sagrestia; il secondo accoglie gli uffici parrocchiali, le sale di ricevimento, una piccola cucina e, in posizione pressoché baricentrica, un giardino interno; l’ultimo, diviso in due porzioni uguali da un corridoio, ognuna con un piccolo giardino, ospita la sala parrocchiale e quattro aule di riunione.

L’apparecchiatura portante in grigio calcestruzzo a vista è costituita da una serie di telai prefabbricati, con luce pari al modulo base e disposti alla stessa distanza, che si allinea alla trama dei corridoi. I pilastri, a sezione quadrata con lato di 30 centimetri, sono di altezza variabile, da 4,50 a 7,56 metri, cosicché nelle parti più alte i telai sono sovrapposti e collegati insieme. Anche l’altezza delle travi trasversali è variabile in relazione alla posizione che esse occupano, poiché si modula sull’altezza dei pannelli prefabbricati in calcestruzzo (alti 44 cm, lunghi 2,20 m, spessi 40 cm) con i quali sono ...

Segue in ALLEGATO

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