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IMC incontra Giancarlo Marzorati
Alessandra Biloni

CHI E' GIANCARLO MARZORATI
Giancarlo Marzorati, architetto di Sesto San Giovanni, dove risiede e svolge la sua professione, si laurea al Politecnico di Milano nel 1974.
Dopo aver maturato le sue prime esperienze in un’impresa di costruzioni sestese, intraprende la libera professione collaborando anche con altri studi di Milano e operando nel territorio milanese e dell’hinterland e in particolare a Sesto San Giovanni, città caratterizzata da un forte processo di riconversione di grandi aree industriali in città di sviluppo terziario avanzato. 
In questa realtà ha progettato grandi complessi per uffici che sono sedi oggi di importanti società quali Impregilo, Oracle, Novell, ABB, Alitalia, Inail, Campari che hanno scelto Sesto San Giovanni per i loro uffici data la sua posizione strategica rispetto alla città di Milano e l’ubicazione in corrispondenza delle più importanti infrastrutture e collegamenti.
La sua poliedricità e versatilità lo portano ad affrontare temi differenti quali centri commerciali, complessi residenziali, cinema multisala e auditorium; a questi ultimi si sta dedicando particolarmente da alcuni anni, anche al di fuori del territorio lombardo, esprimendo la sua personalità di progettista tesa all’attento studio delle forme nel contesto urbano, ponendo l’attenzione anche alla massima funzionalità delle stesse.
Condivide con altri progettisti partecipazioni a concorsi, collaborando anche con specialisti nel settore dell’acustica, dell’ingegneria, della pianificazione urbanistica

 

IMC – Architetto Marzorati, com’è avvenuto il suo incontro con il calcestruzzo?
Quello con il calcestruzzo è per me un incontro antico. Sono molti anni che mi occupo di costruzioni, quindi inevitabilmente di cantieri, perciò è da parecchio che ho le “scarpe sporche di cemento”. La mia esperienza, infatti, è nata prima all’interno di un’impresa di costruzioni tradizionale, poi, dopo la laurea in architettura, ho scelto di intraprendere la libera professione sulla scorta, quindi, di un’esperienza concreta, fatta in cantiere. Questa è la mia sostanziale derivazione.

IMC – Con riferimento al calcestruzzo, come si è evoluto, nel tempo, il concetto di progettazione?
Progettare, un tempo, significava pensare opere di tipo convenzionale cercando di proporre la realizzazione esteticamente più valida, più performante. Questo ha stimolato, non solo in me evidentemente, ma in tutto il settore delle costruzioni, uno spirito di ricerca indirizzato all’individuazione delle soluzioni migliori per realizzare edifici che avessero la capacità di rispondere a esigenze sempre più raffinate, sempre più qualificate, che la committenza, sia quella del residenziale, ma anche del terziario, del retailing, man mano manifestava.
Il calcestruzzo è la pietra artificiale, una pietra che si può modellare, a differenza di quanto accadeva prima della sua invenzione, quando la scelta era per forza limitata agli elementi naturali.
Usare il calcestruzzo significava creare una pietra ex novo, quindi modellarla con il cassero e questo era terribilmente affascinante. Dal punto di vista pratico, gli edifici hanno cominciato ad acquisire disinvoltura grazie ad elementi in aggetto. Mentre prima si ricorreva sempre necessariamente a mensole in pietra e lastre che realizzavano balconi, ora finalmente si poteva andare in continuo con la soletta, realizzando sporti sempre meno timidi e limitati.

IMC – Come si inserisce, in questo percorso, il discorso legato all’edilizia industrializzata in calcestruzzo?
Per quel che riguarda l’evoluzione, certamente si è passati da una produzione pionieristica di tipo artigianale ad un concetto di vera e propria industrializzazione, spinta da una sempre maggiore necessità di produzione a livello quantitativo, certo senza trascurare la qualità.
Sì, direi che la quantità è l’elemento propulsivo che ha giustificato, ad esempio, il boom degli anni 60, quando spinti dall’euforia del grande incremento della domanda, diventava quasi facile realizzare edifici, facile nel senso che il cemento armato, effettivamente, agevolava non poco sotto questo aspetto. Si cominciava timidamente anche ad usare l’acciaio, ma era più un’imitazione dei sistemi americani, che non una nostra convinzione.

IMC – Quali sono, a suo avviso, i maggiori vantaggi che l’edilizia industrializzata in calcestruzzo offre al progettista?
L’esperienza sul campo, mi ha dimostrato che la durata del cantiere è direttamente proporzionale ai costi. Valutiamo, ad esempio, il vantaggio di realizzare un pilastro fuori opera, di non dover andare a gettarlo a 5 metri di altezza, soggetto a tutti gli elementi di precarietà (tempo atmosferico, sicurezza, precisione ecc.) che potrebbero compromettere le operazioni: è del tutto evidente che la prefabbricazione è una risposta assolutamente vincente rispetto alla realizzazione in opera, al punto che in certi casi, più che un’opportunità, diventa una necessità.
Allo stesso tempo vi è una richiesta sempre maggiore in termini di prestazioni e le due cose non sono in contrapposizione. Questo vale per la realizzazione di tutti i tipi di edificio, dall’industriale, al commerciale, al residenziale, all’entertainment.
Nella moderna prefabbricazione il cemento, già per sua natura estremamente versatile, si associa ad altri elementi con esiti veramente interessanti - cemento trasparente, cementi elastici, cementi super-resistenti – che danno vita a prodotti dalle performances assolutamente impensabili fino a qualche anno fa, offrendo nuove possibilità dal punto di vista statico e costruttivo.
Infine, l’abbinamento con altri materiali (legno, ferro, vetro, materiali soffici) amplia le possibilità del cemento di esprimersi architettonicamente e cromaticamente.
Naturalmente l’assunto di base è che i produttori di manufatti cementizi operino in modo altamente professionale, nel rispetto delle normative e fornendo tutte le dovute garanzie di qualità.

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