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Costruire in cemento armato: intervista a Renzo Bullo, presidente ASSOBETON
Redazione INGENIO

Intervista a Renzo Bullo, presidente ASSOBETON

Qual è oggi la situazione italiana del mercato della prefabbricazione in calcestruzzo?
La situazione del mercato della prefabbricazione italiana è in costante peggioramento dal 2008 e la caduta non si è, purtroppo, ancora arrestata.
In sei anni stimiamo che il mercato, in valore, si sia ridotto di oltre il 70%.
D’altra parte solo ora stiamo assistendo ad una timida ripresa della produzione industriale nazionale che è ancora sotto del 24% circa rispetto al picco pre-crisi (fonte Ufficio Studi di Confindustria): il nostro mercato, quindi, poco influenzato dal trend positivo delle ristrutturazioni edilizie – l’unico comparto nel mercato delle costruzioni che non ha subito crisi in questi anni – dovrà ancora attendere non poco per vedere una seppur timida ripresa della domanda di immobili industriali, commerciali e destinati al terziario.
Le nostre imprese stanno quindi vivendo un periodo drammatico: moltissime hanno chiuso, sono fallite o hanno avviato procedure concorsuali. Quelle ancora “in salute”, lo sono grazie ad una situazione finanziaria solida e ad una limitata se non nulla dipendenza dall’indebitamento nei confronti del sistema bancario.


Su INGENIO abbiamo di recente pubblicato un articolo in cui si evidenzia che in Europa vi è un crescente interesse degli architetti per la prefabbricazione nell’edilizia residenziale. In Italia ci sembra che ancora siamo lontani da questa realtà, quali possono essere le motivazioni?
In Europa la prefabbricazione in calcestruzzo applicata al settore residenziale è la norma.
In Italia questo processo è ancora lontano dall’affermarsi e credo che ci vorrà ancora del tempo perché nella mentalità dei progettisti si radichi il concetto che il futuro dell’edilizia dovrà basarsi su processi industriali abbandonando l’artigianalità che ancora oggi pervade tutto il mercato delle costruzioni.
Da questo punto di vista, ritengo che il nostro comparto abbia di fronte a sé un futuro ancora tutto da scoprire e che le aziende che usciranno da questa lunghissima crisi potranno ottenere molte soddisfazioni in questo senso.
Ma il futuro dipende anche da noi: troppo poco abbiamo infatti investito per convincere il mercato (progettisti e imprese di costruzione) a puntare sulle caratteristiche peculiari e sui vantaggi della nostra tecnologia. Come troppo poco abbiamo investito anche sull’utente finale per modificare l’immaginario collettivo secondo cui la prefabbricazione è la soluzione buona solo per risolvere in poco tempo le emergenze abitative.
Insomma, abbiamo veramente tutte le carte in regola per affermarci, ma siamo sempre stati e siamo tuttora troppo timidi nella promozione delle nostre soluzioni.
Credo che la strategia giusta per il nostro settore, mi riferisco a quello molto più ampio della filiera del Cemento, sia di unire tutte le forze in campo e partire con una campagna di comunicazione ad ampio spettro.

Uno dei temi più dibattuti in questo momento di definizione delle regole è quello delle cosiddette “specialistiche”. Perché è importante per la prefabbricazione che sia riconosciuto questo valore all’interno delle norme di appalto?
Il mestiere del prefabbricatore è complesso e difficile sia per coloro che producono singoli manufatti – abbiamo censito oltre 50 famiglie di prodotti che escono dai nostri stabilimenti – ma ancor di più per chi fornisce e installa sistemi strutturali.
Ebbene, i nostri imprenditori hanno investito, nel corso di decenni, ingenti risorse economiche per realizzare impianti e per formare la struttura ingegneristica e produttiva: il principio dell’istituzione delle “specialistiche” e relative qualifiche SOA è mirato a proteggere il know-how di queste aziende nei confronti delle imprese generali che vorrebbero avere le mani libere nella gestione degli appalti pubblici di lavori.
Ritengo però che l’attuale normativa possa subire alcune modifiche per trovare, dopo la famosa sentenza del Consiglio di Stato relativa all’istanza di ANCE e AGI, un nuovo punto di sintesi. Tanto più che l’attuale impianto, così complesso anche solo da comprendere, non sta funzionando come nelle intenzioni del legislatore e le nostre imprese, nella sostanza, non risultano ad oggi protette. E’ necessaria perciò una drastica e urgente semplificazione anche per avvicinarsi maggiormente, che ci piaccia o meno, alle direttive che provengono dalla Commissione Europea.
Ciò detto, ritengo che i punti fondamentali su cui cercare di trovare un compromesso siano i seguenti:

  • obbligare realmente le stazioni appaltanti a realizzare una seria progettazione dei lavori prima di andare in gara, individuando con estrema esattezza quale sia la categoria prevalente dell’opera e quali le scorporabili. Le modifiche in corso d’opera dovranno quindi tenere sempre in debito conto questo aspetto;
  • qualora la OS13 fosse la categoria prevalente, è chiaro che il lavoro dovrà essere aggiudicato solo ad imprese qualificate, vale a dire che questo tipo di gara dovrebbe essere riservato solo alla nostra categoria;
  • qualora la OS13 non dovesse essere la categoria prevalente, ma sopra la soglia di legge (su questo punto è in corso un acceso dibattito su quale debba essere questa soglia), il lavoro dovrà essere subappaltato solo ad imprese qualificate;
  • in entrambi i casi, quindi, si tratta di avere un sistema di qualificazione affidabile e serio che individui in modo molto rigoroso quali imprese possano avere la qualifica e quali no: troppo spesso vediamo imprese qualificate che, ad esempio, non possiedono un impianto di prefabbricazione stabile;
  • per quanto riguarda le categorie “superspecialistiche” che obbligano alla costituzione dell’ATI verticale, la mia posizione è molto aperta, così come per i distinguo dell’attuale impianto normativo relativi alle qualifiche “semplici” e a quelle “obbligatorie”. Credo che la cosa importante non sia tanto regolare i casi in cui si debba o non si debba subappaltare, bensì le modalità di subappalto, per proteggere le imprese specializzate da comportamenti dominanti del committente. Penso quindi al pagamento diretto da parte della Stazione Appaltante al subappaltatore, al divieto di oltrepassare un ribasso che ecceda il 20% e, come detto sopra, ad una rigorosa distinzione tra chi ha le competenze specialistiche e chi no. Non vedo neanche male la possibilità che siano le stesse Stazioni Appaltanti a definire, di volta in volta, l’obbligo al subappalto, a seconda dell’opera da realizzare (l’impiantistica di un ospedale è cosa diversa da quella di una residenza);
  • infine, mi pare importante entrare maggiormente nel merito dell’istituto dell’avvalimento che presenta, a mio avviso, qualche lacuna che attualmente consente al committente di aggirare gli obblighi di serietà e competenza indispensabili per poter realizzare alcuni lavori specializzati garantendo la qualità del costruito nonché la sicurezza di chi costruisce e dell’utilizzatore finale. Non ho visto un grande dibattito su questo punto.

Con il terremoto dell’Emilia è emerso di fatto un nuovo tipo di vulnerabilità sismica, quella che ha colpito gli edifici industriali. Cosa sta facendo l’industria della prefabbricazione per migliorare le proprie performance?
Escludo nella maniera più assoluta che si possa parlare di un nuovo tipo di “vulnerabilità sismica”.
Il comportamento delle strutture alle sollecitazioni sismiche è un problema ingegneristico ben conosciuto dai progettisti italiani in generale e dalle nostre imprese di prefabbricazione in particolare.
ASSOBETON può veramente vantare un’attività di studio e di ricerca di prim’ordine. Sono 25 anni che con costanza investiamo risorse (dei nostri associati o provenienti da finanziamenti nazionali e comunitari) e collaboriamo con le università italiane per affinare le procedure di calcolo e per sviluppare tecniche di progettazione e di costruzione sempre migliori.
L’Italia, su questo fronte, è davvero all’avanguardia e noi abbiamo la coscienza a posto, avendo lavorato da lunghissimo tempo senza soluzione di continuità e non solo sotto la pressione di eventi contingenti o dei numerosi disastri provocati dai terremoti.
Le polemiche che hanno investito anche il nostro comparto, non mi stancherò mai di dirlo, derivano esclusivamente dalla diffusione di cattiva informazione che, dopo una calamità, ha un forte impatto sull’opinione pubblica: se le strutture prefabbricate hanno mostrato problemi di stabilità, ciò è accaduto solo laddove non erano state progettate per resistere alle sollecitazioni orizzontali di un terremoto. Questo è avvenuto in aree geografiche (l’Emilia, per fare un esempio) considerate, all’epoca della costruzione, non sismiche. In Friuli e a L’Aquila, invece, da sempre classificate aree sismiche, le nostre strutture hanno resistito egregiamente!
Che poi in Italia si tenda a costruire con un particolare riguardo al risparmio sui costi e molto meno alle prestazioni e alla sicurezza, questo è un fatto. Ma è un altro discorso, su cui magari aprire un diverso dibattito, anche perché questa attitudine si riscontra sia per quanto riguarda i lavori pubblici sia per quelli privati.
Pensiamo a cosa accadrebbe in Italia se un’amministrazione pubblica decidesse di spendere più denaro – non molto in realtà - per realizzare una struttura antisismica laddove le norme non lo impongano: sono certo che gli amministratori potrebbero essere persino incolpati di sperpero di denaro pubblico!
 

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